Mirco Marino
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Osservatorio: Mormorii

Rocca Aldobrandesca, Piancastagnaio (Siena) 28.03 – 31.08.2026 Francesca Banchelli, Francesco Carone,
Rä di Martino, Namsal Siedlecki
catalogo

I passages sono case o corridoi senza alcun lato esterno - come il sogno.

Walter Benjamin, Passagen-Werk

La Rocca Aldobrandesca di Piancastagnaio è un'immagine della storia. In questo luogo di confine, alle pendici del Monte Amiata, si incontrano due tempi, quello naturale del paesaggio e quello culturale, sospesi nei numerosi presenti che ne hanno attraversato le mura.

OSSERVATORIO.MORMORII nasce da un ossimoro: la Rocca come luogo di difesa e di osservazione, che impone due sguardi: l'uno proiettato all'esterno, verso l'infinito naturale visibile dalle aperture, l'altro rivolto all'interno, dove le mura spesse e il silenzio portano all'introspezione. È proprio questo silenzio a prendere forma nei mormorii, un suono continuo e quasi impercettibile che sembra risuonare tra le mura, senza mai trovare corrispondenze visive stabili.

La mostra si struttura nella verticalità, emerge dal basso verso l'alto, e precipita nuovamente sul fondo. I quattro artisti in mostra, Francesca Banchelli, Francesco Carone, Rä di Martino e Namsal Siedlecki, disegnano uno spazio visivo eterogeneo eppure coeso. Le opere si scoprono e si definiscono in un'immagine in ascesa, per rimandi continui, attraverso uno sguardo che costruisce traiettorie di senso. In quei passaggi di piano in piano, da immagine a immagine, prende forma una vertigine che destabilizza la visione e capovolge la gravità.

Le opere occupano quella distanza tra il percettibile e l'impercettibile, tra il mondo e la sua immagine. La cornacchia di Francesco Carone accoglie il visitatore come una sentinella e una previsione, e, fuori, incorona uno dei tre cipressi che si allungano dalla rocca; Ugolino di Namsal Siedlecki, costretto a essere residuo di una trasformazione, prende corpo nella danza impossibile de L'eccezione di Rä di Martino al piano superiore delle prigioni. La salamandra di Carone, intrappolata tra le fiamme, si proietta in Angels don't Sleep di Francesca Banchelli nella sala adiacente; i Limes di Siedlecki si aprono come finestre su quell'altrove rarefatto degli Anglers of Time di Banchelli, mentre la dislocazione temporale delle stalattiti de La tigre di Carone osserva come gli occhi stranianti di The Portrait of Ourselves di Rä di Martino.

Le opere abitano la torre circondate da un'immagine del tempo riconoscibile eppure distante, e di uno spazio antico riletto alla luce del presente. Come quegli "echi / lunghi che da lontano si confondono / in un'unità profonda e tenebrosa" di Charles Baudelaire, attraversati come passaggi da un osservatore che muove lo sguardo tra interno ed esterno, per scavare nella vertigine.

Le immagini attraversano il tempo come materia sedimentata

Lo sguardo sale seguendo le forme della rocca. All'esterno, lungo i cipressi che si rincorrono davanti alla torre, un bagliore improvviso. La cornacchia di Francesco Carone, lassù, una vedetta dorata, muta, corona di uno degli alberi.

Al primo piano, l'ascesa prende forma a partire da un'architettura che conserva un carattere sotterraneo, dove gli Ugolino di Namsal Siedlecki emergono dalle mura e dal pavimento. Calchi in zolfo di frammenti del Conte Ugolino di Auguste Rodin del 1881-1882, l'opera di Siedlecki presenta delle singole parti del corpo della scultura, come reperto di una materia che nel tempo si è trasformata, e tornata alla luce da un sottosuolo che ne ha astratto la forma completa. I frammenti sono solo frammenti, eppure resiste in loro una traccia della tensione che Rodin ha impresso nell'immagine dantesca del conte e dei suoi figli.

I quattro pezzi sono disposti nelle due sale del primo piano a formare una croce, dove la sezione del calvario si accosta all'opera di Francesca Banchelli Father & Son. Sulla tela convivono due figure di un giallo vivo che riecheggia con la fluorescenza dello zolfo di Siedlecki. Poggiate su quello che sembra uno scoglio in mezzo alla corrente, le figure dal volto oscuro come un novilunio osservano e accennano un sorriso, come se quello sguardo possa essere luogo di un mistero sacro. I corpi allungati e quasi abbozzati sono un elemento iconografico ricorrente nel lavoro di Banchelli, così come le velature cromatiche che conferiscono alla scena una sensazione di galleggiamento.

Nelle sale risuona la melodia del video L'eccezione di Rä di Martino proveniente dal piano superiore. Colonna sonora di Flashdance come rimando a un passato della cultura pop, le note del Love Theme di Giorgio Moroder accompagnano una coreografia che avviene in tempi multipli: un automa privo di arti improvvisa una danza minima, come se la musica potesse funzionare da madeleine e risvegliare una memoria motoria. Un'immagine dal tempo ignoto, che si riallaccia necessariamente all'iconografia della danza macabra dove il presente e il passato sono contratti. Temporalità che richiamano al post-umano senza descriverlo, all'archeologia senza farne reperto, e coesistono in sincronia su piani simultanei.

Che sia tigre, che sia fuoco

Salendo dal camminamento addossato nella corte interna, la prima sala al terzo piano della rocca introduce al secondo corpo architettonico che arriva fino alla vetta.

La salamandra di Francesco Carone ha un carattere di soglia iniziatica. Attraverso le fiamme, una testa in ceramica raku resistente alle alte temperature, arde nel camino della sala. Pochi elementi decorativi in marmo trovati occupano la scena. Nell'iconografia medioevale, La salamandra è un animale resistente al fuoco, associato alla resistenza e alla forza spirituale. Nell'opera di Carone, questa non solo attraversa le fiamme, ma ne è generata, come se l'immagine potesse compiersi solo nel processo di combustione. Un processo che non ne intacca la forma ma ne trasforma la cromia verso un nero profondo.

Al centro della sala adiacente, Angels don't Sleep di Banchelli è un'immagine di dimensioni ridotte, una nascita improvvisa, un'epifania. La testa al centro della composizione è accompagnata da due figure laterali, che come angeli acefali sono guardiani dell'evento. Il colore in vari toni di rosso, dal fondo si schiarisce gradualmente fino alla consistenza effimera dei corpi in primo piano. La salamandra e Angels don't Sleep si corrispondono come ombre reciproche, su diversi piani del reale.

Al quarto piano, Mvah Cha di Siedlecki, un calco in bronzo di un calco eseguito secondo la tradizione nepalese, allontana la forma dalla sua origine. Una dinamica di celamento e disvelazione mette in tensione la natura stessa della scultura, fino a creare un'immagine rinnovata, che conserva la forma iniziale solo come un simulacro in profondità. Esposta come oggetto votivo, un'accennata pareidolia può ricordarne un volto, una maschera primordiale.

White Shadows in the South Seas conserva un sogno diverso, un paesaggio al contempo abitato e disabitato, eppure scena di un incontro, di un movimento comune. Le figure incorporee si presentano in una coreografia mistica, una danza nel magma di un presente ignoto di una guerra tanto indefinita, tanto inutile.

A lato, nella sala vicina, si intravede Deposizione di Siedlecki. Una tela in juta che ha attraversato un processo carsico accelerato. La tela diventa così momento presente di un processo lontano, quello della formazione delle stalattiti. Ciò che resta davanti agli occhi è una concrezione minerale in cui il quadro esiste come traccia, e una contrazione del tempo geologico in cui l'opera non appare come simbolo del tempo, ma come un suo segno materiale.

Come un chiasmo, dove materiale e immagine avverano uno spostamento concettuale, La tigre di Carone chiude il trittico mitologico dell'artista. Una serie di stalattiti di ceramica a soffitto ridefinisce lo spazio. Il titolo, tratto da un passo della "Nuova confutazione del tempo" di Jorge Luis Borges, fa eco a un corollario di immagini possibili, come se quelle stalattiti fossero manto striato, o ancora zanne pronte a divorare. Ma anche, nella sua impeccabile essenzialità, immagini del tempo.

La ninfa non muore mai, riappare, si trasforma

Al quinto piano della torre le grandi vetrate aprono a una trasformazione luminosa dello spazio. Nella nicchia che incornicia la finestra sul paesaggio, sospeso con un leggero fil di ferro, Limes di Siedlecki si pone come una lente attraverso cui guardare. Realizzata con cristallo fuso con della cenere di lupi cremati, l'opera non è un oggetto in sé, non esiste né da una parte né dall'altra, è passaggio. Una soglia percettiva, come finestra simultanea su più spazi e più presenti.

Nell'atmosfera rinnovata, appaiono gli Anglers of Time di Francesca Banchelli. I toni si addolciscono, e il mare, la terra e il cielo possono confondersi nell'immagine di un'umanità riemersa. Un volto animale guarda l'osservatore, il corpo antropomorfo sembra chiudersi, eppure nello sguardo, si legge un'empatia sorprendente.

The Transparency of the Squid e Bonfire instaurano un serrato scambio, guardandosi e ritrovandosi. Nella trasparenza, il primo sembra organizzarsi per piani multipli e successivi, dove ciò che è davanti può tornare indietro, e ciò che è dietro emergere in primo piano. In un paesaggio marino, due figure centrali si sfiorano, entrambe, dal tipico petto cavo, occupano una scena instabile, di apparizioni e scomparse. Al centro una figura invisibile compare come un'anima enigmatica che lega le due figure attraversandone i corpi.

Nel falò al chiar di luna di Bonfire, le due figure, l'una di un blu acceso, quasi liquida, si chiudono in un paesaggio onirico. Un abbraccio contorto, in cui i due sembrano fondersi e diventare un unico corpo. Col ritorno del topos delle stalattiti, e gli sguardi che vanno oltre il confine del rappresentato, la scena può chiudersi e dischiudersi allo stesso tempo.

Una figurazione più intima quella di Tell me about trust, in un interno che è sogno. La figura animalesca dal volto umano è intenta a raccontare una storia all'altra seduta a terra. Il tramonto che si intravede sul fondo, torna in primo piano nella copertina del libro, in una relazionale fiducia nelle immagini.

Una sonorità diversa ha preso gradualmente il posto de L'eccezione di Rä di Martino, una ricerca di sintonia: all'ultimo piano della rocca, lo sguardo straniante e meraviglioso di una bambina osserva il mondo da un punto di vista rovesciato, come se, appena prima di accedere alla terrazza panoramica, il salire possa diventare uno scendere, il mondo possa diventare il suo ribaltamento. The Portrait of Ourselves interroga la nostra posizione nel presente della percezione. Lascia che l'osservatore si avvicini e si allontani, attraverso una tensione cinematografica che porta lo sguardo a unirsi col sentire del mondo.

Così, come in sogno o in una grotta, il tempo perde le sue radici e, sottratto alla misura, si astrae e fluttua tra il perdersi e il ritrovarsi. Nella Rocca di Piancastagnaio il percorso di OSSERVATORIO.MORMORII invita a lasciare che le scoperte inattese orientino la visione, immagine dopo immagine.

photo credits
Courtesy gli artisti e Comune di Piancastagnaio.
Fotografie Leonardo Morfini.